A te navigante...

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giovedì 7 marzo 2013

Il caso è chiuso




La giornata era iniziata come al solito. La sveglia aveva suonato a lungo, ma Fabio non riusciva proprio ad aprire gli occhi ed il suono si mescolava al sogno, da cui presto sarebbe dovuto venir via.
Ieri sera aveva fatto tardi. Lucia gli aveva fatto l’ennesima sfuriata di gelosia, vani i tentativi di farla ragionare e lei se n’era andata con una sbattuta di porta. Lui era riuscito a prendere sonno che già albeggiava.
Rivestì i piedi con le pantofole avviandosi in cucina. Mise la caffettiera sul fuoco e accese la radio.
Il notiziario come tutte la mattine, era pieno di politica, cronaca nera, delitti e risultati delle ultime partite.
Fabio, girava lentamente il cucchiaino nella tazzina, mentre pensava a come organizzare la giornata di lavoro, cercando di scacciare la sensazione d’amaro in bocca rimastagli dalla sera prima. La radio, era solo un sottofondo rumoroso, che riempiva le sue orecchie, più che il suo cervello.
Scostò le tendine per guardare fuori della finestra. Giù in strada, sotto le sue finestre, un gruppo di persone, stava manifestando. Agitavano cartelli scritti con il pennarello, a grosse lettere “Libertà”. Gridavano e fischiavano “Liberate i prigionieri”. Fu in quel preciso istante, che Fabio capì, che quello non sarebbe stato, un giorno come tutti gli altri.
La sensazione che qualcosa fosse cambiato, lo stava mettendo a disagio. In quel preciso istante squillò il telefono.
- Quando è successo? – chiese Fabio al suo interlocutore – Stanotte verso l’alba – Rispose quello.
- Vengo subito.  Cerca di trattenere il dottore, ancora una mezz’ora –
Si vestì in fretta, saltellando con una scarpa sola, perché l’altra, non voleva venir fuori da sotto il letto.
Una volta in macchina accese la radio, la notizia non era ancora stata divulgata.
Schivò un motorino, imprecando come uno scaricatore di porto, mentre sorpassava un camioncino in doppia fila. Guardava insistentemente l’orologio. Ascoltando distrattamente la radio, fu nuovamente preso dalla sensazione di disagio che aveva provato poco prima, a casa.
Doveva sbrigarsi, lo stavano aspettando e il Dottore non era certo un tipo paziente.
Fabio diventato responsabile di quella nuova sezione da soli tre mesi. Una sezione istituita dal ministero, per tutelare il Paese e voluta fortemente dal partito conservatore. Fatti come quello accaduto, non si dovevano verificare ma era sempre più difficile combatterli, anche perché poi, non tutti avevano accettato la nuova legge. C’era chi accusava il governo di repressione, chi invocava le libertà personali. Fabio pensava però che fosse giusto così e che lui e la sua squadra, dovevano dimostrare di essere all’altezza del compito che era stato loro assegnato.
- Finalmente! – Esclamò il dottor Lepore, suo diretto superiore – Fabio finse di non capire il sottile sarcasmo scaturito dall’esclamazione – Cosa risulta dall’indagine? – chiese –
- E’ ancora presto per poter dare una risposta esauriente, sembra però un caso di sparizione, anche se non possiamo del tutto escluderne la morte.
Fabio prese in mano il dossier, che era stato preparato in tutta fretta durante la notte da Bordin, l’addetto informatico, che con dovizia di particolari, aveva descritto perfettamente i rilevi fatti, e le ricerche da lui effettuate. Bordin, oltre all’incarico ufficiale,  doveva anche effettuare ricerche on line, interrogare i testimoni, redigere i verbali. I fondi stanziati erano pochi e la sezione, per ora, non si poteva permettere una nuova assunzione.
Stavolta il caso era piuttosto complicato. Non si trattava più di una sostituzione o di una momentanea sparizione, no stavolta sembrava proprio un caso di morte. Era stato interrogato il capo redattore del giornale, probabile testimone, perché presente in quel preciso momento in cui si era verificato il fatto.
- No, non mi ero accorto di nulla all’inizio. Mentre continuavo a scorrere le colonne dell’articolo da pubblicare, però, saranno state le tre e un quarto del mattino, ho sentito come unghie graffiare una lavagna. Sono sobbalzato sulla sedia, ed ho immediatamente chiamato la vostra sezione. Era chiaramente un caso che vi riguardava. Ho detto tutto al vostro responsabile, l’agente Bordin, altro non ricordo –
Fabio, rilesse ancora una volta il verbale e si soffermò sul punto in cui la donna delle pulizie, passando nel corridoio, aveva sentito anche lei il grido del capo redattore.
Lesse ancora una volta tutto e finalmente ebbe chiara la situazione. Forse, erano ancora in tempo per intervenire e fermare il probabile colpevole. L’ispettore Fabio Corelli, aveva riflettuto a lungo e gli era venuto in mente un episodio recente, che poteva avvicinarsi a questo caso. Con la sua solita perspicacia aveva intuito e capito chi fosse il colpevole.
- Dottore, dobbiamo recarci in via Severo, in fretta, prima che la notizia sia divulgata dalla stampa e prima che il colpevole, possa sfuggirci di mano -
Tutta la squadra partì a sirene spiegate. Coi distintivi in mano, entrarono nell’edificio di corsa, chiedendo del capo d’Istituto.
- Sono il commissario Corelli… - iniziò Fabio, parlando con questi e brevemente lo mise a parte del fatto.
- Il reato è grave, ma il colpevole, che è qui, se la caverà con una riduzione della pena se ammetterà la sua colpa -
Il ragazzo fu portato da due agenti. A capo basso, raggiunse l’aula messa a disposizione per l’interrogatorio.
- Ti rendi conto di quello che hai fatto? – Il ragazzo non rispose, continuando a guardare la punta delle sue scarpe. Sapeva che stavolta non poteva più passarla liscia. L’avevano individuato.
- Io… non volevo… - Finalmente si decise a parlare. – Non è stata colpa mia, io non conoscevo… ignoravo…-
Continuava a balbettare, cercando di blaterare qualche insulsa scusa.
- Tu sai chi sono? – Il ragazzo lo guardò con grande imbarazzo – Penso di sì – Rispose.
- Sono il Commissario Corelli, della sezione investigativa per la salvaguardia della lingua italiana. Tu hai fatto sparire tutti i congiuntivi! –
Stavolta Fabio, stizzito dall’atteggiamento del ragazzo, stava perdendo la pazienza, così gridò l’ultima frase.
- Ma io… - Il ragazzo non sapeva più che dire. – Sai cosa ti aspetta? Non è il tuo primo reato di questo tipo. Questo però è il più grave, un reato distruttivo.
Hai una fedina penale lunga un chilometro.
- Uso del condizionale al posto del congiuntivo, uso di parole straniere a sproposito, abbreviazioni da sms, espressioni dialettali da coatto… - Fabio a questo punto si fermò, squadrando il ragazzo con aria severa. – Se non puniamo quelli come te, la nostra lingua non esisterà più. E’ per questo che il Ministero della Pubblica istruzione ha istituito la nostra sezione – Portatelo via! Sarà il giudice a stabilire la pena adeguata e penso che stavolta non sarà leggera. Ti spetta come minimo, un anno agli arresti domiciliari in cui dovrai imparare a memoria tutto il primo canto della Divina Commedia e tutte le coniugazioni dei verbi e magari anche altro, dipenderà dal giudice -
Poi si rivolse al capo d’Istituto. – Lei sa che anche la scuola in casi simili deve sottostare al pagamento di una forte multa? – La cifra esatta, le verrà notificata domani. Cerchi di vigilare meglio! –
Detto questo, uscì con ampia falcata, sbattè violentemente la portiera della macchina, stizzito per tanta ignoranza e con forte stridio delle gomme, si allontanò dalla scuola media Statale, Edmondo De Amicis. La sensazione di disagio era sparita. Finalmente lo speaker alla radio, snocciolava di nuovo i congiuntivi, senza dover far uso, di un lungo giro di parole.
Il caso era chiuso.

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