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giovedì 3 gennaio 2019

La Signora dei Gatti






Occhi verdi come il mare in tempesta, trasparenti, di cristallo, occhi di gatto.
Quando guardavi Maura negli occhi, il primo impatto era questo. Gli occhi parlavano, mandavano lampi d'indignazione e d'orgoglio, perché lei era una donna forte, orgogliosa. Aveva scelto la solitudine dopo una vita di passioni, aveva amato donando sé stessa, sempre, anche uomini che, forse, non sempre l'avevano compresa. La sua passione più grande, però, era l'accudimento dei gatti sfortunati. A Roma le chiamano gattare quelle come lei, ma, riferito a Maura, è un termine estremamente riduttivo. La signora dei gatti le si addiceva molto di più. Era stata premiata, anni fa, in Campidoglio, per il suo operato nell'accudimento dei felini cittadini e un giornalista, nel descriverla, l'aveva chiamata così. Tutto il quartiere conosceva la Signora dei Gatti, per via della sua socievolezza, non era timida Maura, bastava un pretesto, uno sguardo e lei ti parlava, ti catturava con le sue storie, si finiva per scordare il tempo a forza di ascoltarla.
La conobbi per caso, anche se la sua fama l'aveva preceduta, sapevo chi fosse. Successe un giorno che riportavo il mio micione a casa, chiuso nel trasportino. Micione fulvo, una piccola tigre in miniatura, dagli occhi di giada, un po' come i suoi. Si fissarono per un momento e lei mi chiese notizie di lui, soffermandosi a fare dei complimenti al gattone che la guardava immobile, un po' sconcertato se dovesse rispondere, ai suoi innumerevoli complimenti, con miagolii di soddisfazione o facendo le fusa, tra loro fu subito amore.
Dai, Carlé, siediti qui con me, diceva seduta al tavolo del bar sotto casa mia, quando mi vedeva passare. Sempre di corsa, cercavo di svicolare, adducendo pretesti, a volte veri, a volte no. Sapevo che se l'avessi fatto, il mio tempo sarebbe svanito come in una bolla.
Non sono mai riuscita, però, ad evitare di sedermi accanto a lei. Saranno stati quegli occhi trasparenti, la richiesta di un po' di tempo da dedicarle, il tono della voce amichevole, la forza del suo bisogno di compagnia, alla fine mi sono sempre seduta ad ascoltare le sue storie.
Il più delle volte mi raccontava dei suoi amati gatti, che anche per me, sono gli animali più belli in assoluto, eleganti, eccentrici e orgogliosi della loro autonomia. Le assomigliavano i suoi felini di strada.
Aveva dato un nome ad ognuno, io ne ricordo un paio, quelli di cui mi parlava più spesso: la mammina e Picchiapò. La prima la trovò affamata in compagnia della sua cucciola. L'aspettava ogni sera, sempre allo stesso angolo di strada, con la figlioletta e non toccava cibo, se prima la cucciola non aveva mangiato. Maura raccontava e le si velavano gli occhi di smeraldo dalla commozione. La sua profonda empatia le faceva provare i sentimenti dei suoi animali. A volte, una lacrima, a stento trattenuta, le scivolava fuori dal mare verde dei suoi occhi, e scendeva lungo la guancia, finché lei, finito di raccontarti, l'asciuga via con noncuranza.
Mi hanno premiato, sai? Per questo servizio che faccio, ma io non lo faccio per nessuno, soltanto per quelle bestiole che non hanno che me, e mi raccontava come era la vita della signora dei gatti.
Ci spendo parecchio per comperare il mangime, ma non m'importa, è un grande sacrificio, sai? Ogni sera, con qualsiasi tempo, caldo o freddo, so che loro sono lì e io non posso abbandonarli, rientro a notte fonda, rischio anche un po', ma tutto è ripagato dal loro affetto. Si fermava un po' immaginando le varie bestiole e allora, vedevi la lacrima che accompagnava sempre le sue parole. Queste cose le dico a te, che sei una che ama i gatti, aggiungeva ogni volta, perché molti, quelle come me, le prendono per matte, lo sai? La domanda con cui intercalava i suoi discorsi.
Alcune persone, poche per la verità, la schernivano nel parlare di lei, ma i più avevano un grande rispetto, molti le hanno voluto bene, come me, che non riesco a non pensare a lei.
Nelle sere d'estate, prima della cena, spesso mi sono fermata un poco, molto di più di quanto a volte potessi, per sentire le sue storie di gatti, che ormai conoscevo anche io, attraverso di lei.
C'è stato un tempo, in cui aveva salvato un gattino, abbandonato dalla madre. Me l'aveva fatto fotografare e io le avevo regalato varie copie della foto stampata. La distribuì nel quartiere, per cercargli una famiglia, ma poi non si accontetava mai, nessuno era all'altezza di quel tesorino. Poi il gatto morì, per via di una malattia genetica, per questo era stato abbandonato. La incontrai tempo dopo, ignara della tragedia. Singhiozzava e piangeva a dirotto, non ne prenderò mai più in casa, mi disse, troppo dolore quando li perdi e mantenne la promessa.
Con gli anni, ha perso forze, non ce la faceva più ad accudire i suoi amorini, ma non li ha dimenticati mai.
Nelle nostre lunghe conversazioni, più che altro parlava lei, io ascoltavo annuendo al racconto della sua vita, mai in ordine cronologico, ogni tanto uno spezzone, un pezzo di grande puzzle che s'incastrava un poco alla volta in un quadro d'insieme sfumato di passioni, di sentimenti mai del tutto spenti. Ho amato molto, diceva, io sono una donna passionale, non mi sono mai accontentata, mi hanno adorata i miei uomini. Poi tornava ai gatti, così, senza un filo logico e raccontava, raccontava, finendo con la sua solita frase: Ho ragione Carlé?
Ti leggeva dentro Maura, come in un libro dalle pagine trasparenti, bastava il primo approccio e già sapeva che persona avesse davanti. Lo vedi quello? Mi chiedeva indicandomi qualcuno che passava, gli faceva un sorriso, un cenno della testa e mi diceva, senza sbavature, che persona fosse. Anche di me, molto aveva intuito, anche se io non le ho accennato che pochi episodi, sempre riguardanti i nostri amati felini. Con la profondità cristallina dei suoi occhi aveva già capito, il giorno che m'incontrò con il mio tigrotto.
Pochissimo tempo fa, poco prima delle feste, sono stata chiamata dal ragazzo del bar, dove si fermava pomeriggi interi.
Meno male che è passata, mi ha detto, volevo che lo sapesse, lei che si fermava sempre con Maura. La signora è mancata ieri notte.
Ho avuto un tuffo al cuore, ci sono rimasta malissimo, soprattutto dopo che mi raccontato la sua morte in solitudine, in strada, all'uscita dal cinema. Il suo corpo rimasto ore, di notte, sotto la pioggia. Stavolta la lacrima è uscita a me e non l'ho potuta trattenere.
Aveva scelto la solitudine, lei che aveva un figlio, una sorella e un fratello. Io la chiamo solitudine, lei la chiamava libertà.
Ciao, Signora dei gatti, se potessi ti dedicherei le fusa del mio micione. Ti mando un bacio lì dove sei. Amo immaginarti felice insieme ai tanti gatti che hai amato e che hanno passato il ponte, come te.


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