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sabato 8 febbraio 2020

Nannina, mia nonna

mia nonna con me e mia sorella da piccole




Nata e cresciuta nel periodo d'oro dell'economia italiana, quello del baby boom, ho ricevuto, però, un'educazione rigorosa e spartana. In casa mia non era ammesso lo spreco, specialmente se si trattava di cibo. I miei avevano avuto un'infanzia di fame in tempi di guerra, sapevano dare un grande valore alle cose. Valori come l'onestà e il rispetto che mia madre aveva a sua volta appreso dalla sua.
Figura importante per me mia nonna. Si chiamava Anna, ma veniva da tutti chiamata Nannina, alla maniera romana. I miei nonni abitavano in uno dei lotti più recenti della Garbatella, una strada a fianco del palazzo dove abitavamo noi. Per andarli a trovare ho imparato ad attraversare la stradella, poco trafficata allora, già all'età di sette otto, anni. Mio nonno gestiva una tipografia, coi figli maschi, era sempre al lavoro e lo incontravo poco, ma lei era a casa a fare le faccende, a lavare i panni a mano, perché la lavatrice, diceva, non li lavava bene come lei.
Ne aveva lavati di panni in tempo di guerra, col sapone che sembrava una creta, così mi raccontava, per togliere le macchie d'inchiostro alle tute di nonno, che allora lavorava al Poligrafico, andava di spazzola e olio di gomito.
Quando avevo voglia di uscire, anche nella mia adolescenza, andavo da lei, le facevo compagnia e lei mi raccontava parte della sua vita. Ogni volta uno spezzone, a seconda di quello che in quel momento la ispirava. Casa sua odorava di sapone e di lavanda. Le camicie di mio nonno perfettamente stirate, pendevano immacolate dalle stampelle nell'armadio, aveva una cura estrema per lui che era il re indiscusso della famiglia.
- Vado da nonna – Era la frase ricorrente con cui avvertivo mia madre che sarei uscita.
Salivo i cinque piani come volando, mi piaceva stare a sentirla, era come leggere un libro o vedere un film sul passato.
Lei era nata nel 1904, aveva avuto un'infanzia difficile, come tanti romani di quel periodo. Suo padre era vetturino e portava in carrozza i signori dell'epoca, il taxi del passato. Aveva quattro sorelle, tutte femmine e il cibo non bastava mai.
Mentre era intenta a preparare la sua famosa pasta e patate, che come lei non l'ha più saputa fare nessuno in famiglia, mi raccontava di sua madre, venuta da Ancona, giovanissima, dopo un grave lutto ed una storia raccapricciante. Aveva perso il primo figlio a causa di un raptus di pazzia del primo marito, che l'aveva ucciso. Poi anche lui era morto non tanto tempo dopo. La mia bisnonna apparteneva ad una famiglia benestante anconetana, ma pur di lasciarsi tutto alle spalle, abbandonò famiglia e città d'origine.
I miei bisnonni vivevano in subaffitto, in un appartamento di fronte alla scala Santa. La mia bisnonna, tutte le mattine, in ginocchio, la saliva in preghiera, era molto devota.
Nonna Nannina frequentò soltanto i primi due anni delle elementari. Sua madre diceva che bastavano per scrivere il suo nome e saper fare i conti. A sette anni la mandò a lavorare e non smise più finché non si sposò con mio nonno. Poi tirò su una famiglia di cinque figli, il lavoro più difficile di tutti.
Era solita raccontarmi gli innumerevoli lavori che aveva svolto nella sua vita. In una stireria, dove aveva imparato ad inamidare e stirare le camicie, per questo quelle di mio nonno era perfette. Aveva lavorato per un'anziana signora che le faceva fare le faccende di casa e nei momenti di calma, pulire un sacco enorme di lenticchia di montagna, così diceva, quella così piccola che ci metteva le ore a togliere sassolini e pagliuzze. A sette anni, traversava Roma a piedi per recarsi a casa di una famiglie benestante chela pagava per trasportare in braccio il figlio neonato. Era così piccola che stentava a tenerlo, le scivolava dalle braccia in quel port enfant di raso che doveva stare attenta a non sguarcire.
Sapeva cucire, come tutte le donne d'allora, autodidatta, aveva imparato per necessità e non sempre la tecnica era perfetta, ma lei era di una precisione maniacale.
Si preparava i vestiti da sola, anche quando ormai, la moda pret à porter era in ogni negozio d'abbigliamento.
Aveva cucito per tutta la vita, a volte disfacendo cose ormai lise, cappotti da rigirare, durante la guerra, o coperte da disfare per sferruzzare calzini per i figli.
Sebbene fossi più alta di lei che con l'età aveva perso centimetri, mi faceva indossare le sue creazioni, per vedere se “buttavano” bene.
- Fa 'n po' vedé se l'orlo è dritto, a nonna- Diceva, facendomi girare piano piano su mé stessa.
Si pettinava facendo una lunga treccia che avvolgeva sulla nuca in una crocchia, la teneva su con delle forcine che quando si pettinava teneva strette tra le labbra. Capelli fini, lucidissimi e neri corvini, mai un capello bianco, fino alla fine.
Quando si concentrava, in qualche discorso da ascoltare, ad esempio, piegava la testa leggermente di lato socchiudendo un occhio, aveva un difetto di vista, diceva.
Si perdeva spesso gli occhiali, quelli da vicino, quelli da lontano.
- Aiuteme a cercalli – mi chiedeva, e io, come una caccia al tesoro, ripercorrevo gli ultimi gesti fatti da lei, per ritrovarli. Ora che ho più o meno l'età che aveva lei, mi capita di perdere ore alla ricerca degli occhiali perduti e anche questo me la ricorda con nostalgia.
Le piaceva fumare, specialmente quando era nervosa. Tra lei e nonno, avevano la casa ammorbata dalla nicotina.
A diciannove anni aveva conosciuto mio nonno, al Poligrafico di Stato, dove lavoravano tutti e due.
Aveva dovuto combattere contro sua suocera, che non la voleva per suo figlio. Donna del sud, veniva da Salerno, vedova giovanissima, con tre figli da crescere. Le negò il consenso al matrimonio fino alla maggiore età di mio nonno, più giovane di Nannina di due anni.
Dopo vari cambi di residenza, per via degli alti costi degli affitti, finirono in uno dei nuovi quartieri periferici di allora, inaugurato soltanto pochi anni prima, la Garbatella. Lì sono cresciuti i cinque figli e alcuni dei nipoti, come me.
Se dovessi scrivere tutte le storie che mi ha raccontato durante la mia infanzia e l'adolescenza verrebbe fuori un libro. Un romanzo lungo quanto la sua vita.

Con questo scritto le ho voluto rendere omaggio.

1 commento:

  1. Un bel racconto, grazie. Abito al Lotto 8 e purtroppl la Garbatella si è davvero degradata

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