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giovedì 26 dicembre 2024

Passeggiata nel passato

Fa freddo in questi giorni e stamattina l’aria era frizzante. Il sole con molta parsimonia ha lievemente intiepidito le temperature. Da quanto è morta mamma, a Garbatella vado sempre più raramente. Oggi ho deciso di passeggiare vagabondando senza una meta precisa, nel cuore del quartiere dove sono nata. La via che solitamente percorro da S. Paolo, oggi era chiusa alle macchine, stavano potando i platani giganteschi che sono lì dagli anni cinquanta del secolo scorso, quando, le varie fattorie che esistevano su quei terreni, furono espropriate e fu costruita la strada. La potatura non veniva effettuata da vari anni, perché i rami accatastati ai bordi dei marciapiedi erano tanti. Anche il marciapiede andrebbe rifatto è pieno di buche in cui si rischia d’inciampare, ma questa è la situazione di gran parte della città. Mi dirigo con calma, assaporando l’odore del legno tagliato, verso piazza delle Sette chiese. Mi assale il primo ricordo, di qualche anno fa, passando davanti alla sanitaria, ho pensato a quel pomeriggio quando mia madre, col ginocchio dolorante, comprò lì un tutore, quello che poi, tra imprecazioni e lamentele avrebbe indossato ogni volta che usciva. Quel giorno ancora non usava il bastone, sarebbe arrivato a breve, seguito da una canadese, per finire con il rollator, il carrellino a cui lei si aggrappava per sostenersi. Scaccio i ricordi che fanno ancora male e decido di attraversare la piazza e dirigermi verso il cuore del quartiere. Passo davanti al vecchio mercato di via Passino, altri ricordi si affastellano nel mio cervello. Un salto ampio, indietro nel tempo, rivedo mia madre sulla rampa laterale che arranca, scendendo con un carrello pieno di spesa e altre borse per le mani. Noi figli dietro, a seguire, bambini annoiati dalle compere, frignanti perché sotto al mercato, sulla strada, ci sono le bancarelle coi giocattoli. Mamma che si spazientisce, strattona il carrello e ci ordina di seguirla, sottolinea che i soldi per i giocattoli non ci sono e ne abbiamo già tanti. Come pescando nei ricordi, mi sovvengo di quando, in piena estate, quel carrello lo riempiva di pomodori San Marzano, presi da uno dei produttori che vendevano al mercato, una cassetta alla volta. A casa tutti ad aiutare nella piccola cucina che si riempiva di schizzi e d’odore di pomodoro in bollore. Li faceva da sola, come le marmellate, preparate coi frutti dei produttori. Pere, pesche, e le visciole, ora introvabili, che dovevamo snocciolare, una per una. Bottiglie di passata e barattoli di marmellata venivano riposti nello sgabuzzino, tutti allineati. Avrò ereditato da lei la passione di preparare marmellate fatte in casa. Continuo nella passeggiata, attraverso via Passino e mi addentro nelle strade strette e antiche, nel cuore del quartiere. Le palazzine, basse di due o al massimo tre piani, fanno vivere ancora l’atmosfera di un paese, è una delle caratteristiche che ancora affascina le persone che vanno a visitare il quartiere, come fosse un monumento storico. Qualche passante cammina al bordo della strada, non ci sono marciapiedi, le macchine accostate ai muri di recinzione dei lotti. Mi soffermo a guardare una vecchia palazzina, totalmente restaurata, un villino di un fascino quasi britannico, col prato all’inglese rasato a puntino. Arrivo su piazza Masdea e ricominciano i ricordi. Mia madre mi raccontava che quando era bambina, lì, c’erano le bancarelle del mercato, prima che costruissero quello di via Passino. Della frutta e della verdura che vi vendevano, varietà di mele, ad esempio, che io non ho mai assaggiato e che ora non si trovano più. Mia nonna che lasciava la frutta in un’insalatiera di ceramica bianca, sotto l’acqua corrente, l’acqua perenne, come la chiamavano, per rinfrescarle. C’erano due rubinetti in cucina, uno era per l’acqua “perenne” l’acqua corrente, un filo d’acqua sottile senza pressione, l’altro per l’acqua che usciva dai cassoni, dove si accumulava ma non era pulita e fresca come l’altra, l’acqua calda non esisteva, si faceva bollire nei pentoloni. Rivedo mia madre bambina, nelle foto, immagino di vederla mordere una delle mele limoncelle che lei tanto amava. La memoria tira fuori un altro ricordo. Io bambina di seconda elementare che mi avvio tutta orgogliosa a casa da sola, sbucando, dopo aver attraversato un paio di lotti, proprio in piazza Masdea. Mia madre, poveretta, aveva ritardato qualche minuto per venirmi a prendere a scuola. Ero impaziente, il tempo trascorso ad aspettarla, era sembrato ore. Una compagna di scuola, mi insegnò la strada da fare per tornare da sola, attraverso tutti i lotti che incontravo fino a casa. Furono poche le strade da attraversare e a quel tempo, non c’era tutto il traffico di oggi. Mio nonno paterno che abitava con noi, mi aprì la porta e subito si rese conto della marachella che avevo fatto. Immaginò il terrore di mia madre e mi portò sul balcone che affacciava sulla strada, per aspettarla lì, in modo che mi potesse vedere subito. La vidi che correva, scendeva per la discesa di via Vettor Fausto, gesticolando come una pazza. Alzò gli occhi e vedendomi mi fece il gesto delle sculacciate che avrei preso, e che presi. Al momento non capii il motivo di tanto affanno, mi aspettavo dei complimenti per l’ardua impresa e per il coraggio dimostrato, ero molto orgogliosa di me stessa. Continuo a camminare, lentamente, assaporando l’atmosfera quasi di primavera. Si ode soltanto il canto dei passerotti sugli alberi, annuso il profumo di erba tagliata. Una signora anziana esce da un cancello, mi guarda diffidente, come si guardano gli stranieri nei piccoli paesi, la saluto. Guardo le madonnine che costellano i muri di alcuni lotti, alcune talmente sbiadite che ne è rimasta solo l’impronta. Mi sovvengo di quella volta che mia madre si mise in testa di rifare la madonnina nella nicchia a lato della biblioteca pubblica, i vecchi bagni pubblici. Fece una raccolta, s’incaponì per un mosaico, il parroco però la dissuase dal farla montare in strada, in balia di eventi atmosferici e vandali. Ora si trova nella parrocchia, illuminata da un faretto, resta lì in sua memoria. Nella nicchia, dove voleva mettere a tutti i costi l’immagine di una Madonna, fece rifare, su mattonelle bianche, la sagoma della madonna delle Tre Fontane. Mia madre ogni volta che passava lì davanti, ci metteva dei fiori freschi. Aveva fatto amicizia con il fioraio a fianco, un egiziano, che le cambiava l’acqua ai fiori che aveva acquistati da lui. Qualche anno fa, andò a fuoco proprio il chiosco del fioraio e le mattonelle, con il disegno della Madonnina, furono distrutte dal calore. Mia madre si dannava, la rifarò, diceva, poi non se ne fece nulla. Durante la passeggiata mi ritrovo a largo Randaccio, la piccola piazza che sembra un presepe, le case affacciate, i cancelli, le finestre addobbate dai fiori, per me uno dei luoghi incantati del quartiere. Scendo per la discesa di Via Vettor Fausto, la stessa che quella mattina di sessant’anni fa, scendeva mia madre terrorizzata di non avermi trovata all’uscita di scuola. Mi ritrovo davanti al portone della casa dove ho vissuto per vent’anni, dove sono cresciuta e diventata adulta. Apro con trepidazione il portone e poi la porta dell’appartamento, ormai vuoto. Anche se la sua presenza aleggia in ogni angolo, in ogni cassetto, la sua assenza toglie il respiro. Recupero qualcosa da salvare, prima della vendita e torno a casa. In me si agitano sentimenti contrastanti, dolore, tristezza, ricordi e un senso di libertà per i bei luoghi che mi hanno fatto rivivere il passato, ritrovando mia madre, ancora giovane e bella.

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