A te navigante...

A te navigante che hai deciso di fermarti in quest'isola, do il benvenuto.
Fermati un poco, sosta sulla risacca e fai tuoi, i colori delle parole.
Qui, dove la vita viene pennellata, puoi tornare quando vuoi e se ti va, lascia un commento.

martedì 25 marzo 2025

I Bari

Il quartiere del popolo, dove i mendicanti invadono i vicoli, ladri e povertà dilagano. È sufficiente passare il ponte, per ritrovarsi a Trastevere, in un mondo al di fuori della Roma dei signori e dei cardinali, al confine della città. Fu qui, nel vicolo dei Cinque, che il furbo Giacomo, avanzo di galera, uscito da Castel S. Angelo, dopo aver scontato la sua pena, per furto, s’imbatté in Antonio. Adolescente, vestito di stracci, dall’aspetto macilento, chiedeva l’elemosina ai pochi che potevano permettersi di elargirla. Giacomo aveva trascorso parecchio tempo nelle celle anguste e umide della fortezza. Era uscito, perché era stata la prima volta che l’avevano colto sul fatto. Non era stato, però, il suo primo furto, infrangere la legge ce l’aveva nel sangue. Alto allampanato, aveva certamente sofferto la fame nella vita e in galera. La decisione di spennare gli ingenui, nel gioco delle carte era già presa da tempo. Giacomo aveva escogitato una strategia, ma c’era bisogno di un ragazzo dall’aspetto gentile che fosse suo complice. Il giovanissimo Antonio le aveva provate tutte pur di mangiare, tranne infrangere la legge. Si era offerto per qualsiasi lavoro, ma lì nel quartiere, il lavoro non c’era, riusciva a fare qualche piccolo servizio, ma gli spiccioli guadagnati erano davvero pochi. Suo padre lo picchiava ogni giorno, perché non era capace di aiutare le finanze della famiglia che moriva di fame. Attraversare il ponte, per cercare lavoro nei quartiere benestanti, al di là del Tevere, ci aveva provato, ma il suo aspetto di straccione, si sovrapponeva a quello dei tanti poveracci come lui. La diffidenza nei loro confronti, spesso, li faceva allontanare, al massimo rimediavano un tozzo di pane. Il giorno dell’incontro tra il baro e Antonio, fu uno di quelli in cui il ragazzo non aveva raggranellato neanche pochi spiccioli. Tremava nel dover rientrare a casa, sapeva benissimo cosa lo aspettasse. Giacomo con fare suadente, gli si avvicinò. Antonio alzò lo sguardo verso quel tipo bizzarro, lo guardò con un’espressione interrogativa, si stava chiedendo perché lo stesse fissando da un po’. - Giovane, giornata storta? - Gli chiese, avendo compreso il disagio del ragazzo. Antonio, indietreggiò verso il muro. Temeva di essere aggredito o rapito, non erano rari i casi in cui si cercavano ragazzi per le richieste di ricchi depravati. - Non temere – aggiunse Giacomo - non ti farò del male, voglio soltanto proporti un affare. Antonio drizzò le orecchie alla parola affare. Qualsiasi fosse, magari l’avrebbe tirato fuori dal pantano in cui era. - Ditemi, cosa volete da me? - Andiamo in un luogo tranquillo, vieni ti offro un bicchiere di vino. Antonio seguì quell’uomo, più alto di lui, nell’osteria vicino. - Oste servici due bicchieri del tuo vino – Ordinò Giacomo. L’oste lo guardò diffidente e soggiunse: - Devi pagarmi in anticipo. - Oste malfidato, ecco qui il denaro! Giacomo tirò fuori dalla tasca una sacca di denaro appena borseggiato. - Dunque quale sarebbe questo affare? - Chiese Antonio, curioso di saperne di più. - C’è da guadagnare parecchio. Se accetti, dovrai essere scaltro e seguire le mie istruzioni, ma si può rischiare la galera. - Che dovrei fare? - Chiese Antonio, disposto a tutto pur di avere del denaro da portare a casa. - Devi adescare qualche allocco dall’aria ingenua, insieme lo spenneremo al gioco delle carte, dividendoci il bottino. Io, che sono la mente, prenderò il 70 per cento dell’incasso, il resto è tuo. - Non mi va bene così, sono io che mi espongo e rischio di più. Dopo varie contrattazioni, Antonio riuscì a strappargli un 40 per cento. Ci volle tempo per imparare alla perfezione il gioco di carte, come sostituirle senza farsi cogliere sul fatto. Giacomo anticipò una parte del capitale da investire in abiti decenti per entrambi. Antonio indossava una blusa di seta giallo oro a righe nere dalle cui maniche usciva fuori una camicia verde scuro. In testa un cappello dello stesso colore della blusa, ornato di piuma, secondo la moda del momento. Giacomo invece indossava una blusa arabescata grigio chiaro dalle maniche gialle a righe nere. Anche lui aveva un cappello con piuma, ma dei guanti così logori che facevano intravedere le dita nude. Il giovane Paolo, era a bottega da un pittore molto conosciuto. Gli preparava le tavolozze, le tele e mescolava i colori con elementi naturali, come la biacca, di cui l’artista faceva molto uso. Famose erano le scene da lui ritratte con una luce particolare, che sembrava uscire dall’opera. Era giorno di paga, non veniva pagato molto, perché anche l’artista sebbene famoso, viveva in ristrettezze. Per Paolo comunque erano soldi sicuri. Uscì baldanzoso dalla bottega, era ormai l’imbrunire. I due loschi figuri lo avevano tenuto d’occhio e preso di mira. Era la vittima ideale, Antonio gli si avvicinò baldanzoso. Paolo dimostrava più o meno la stessa età. Antonio cominciò a parlare per primo, l’altro ingenuamente gli rispose, abbassando la guardia perché aveva un viso gentile ed era giovane come lui. Percorso un tratto di strada insieme, Antonio lo diresse con astuzia verso la locanda dove Giacomo stava aspettando. Entrando finse di meravigliarsi della presenza dell’amico, seduto ad un tavolo, che presentò a Paolo. I tre si sedettero insieme. Sul tavolo spiccava una tovaglia damascata rossa e un blackgammon, un gioco da tavolo. - Noi passiamo il tempo a giocare a carte, ti va di unirti? Potresti vincere e raddoppiare i tuoi soldi. Paolo assentì, dopo una giornata pesante di lavoro, si era guadagnato uno svago. Era vestito di scuro, solo un colletto bianco spuntava dalla blusa. Aveva un viso concentrato nel gioco, leggermente arrossato. Guardava le carte senza accorgersi che Giacomo, alle sue spalle, suggeriva ad Antonio il numero della sua carta con le dita. Antonio provava un misto di eccitazione per il rischio, aveva una postura tesa leggermente piegata verso Paolo. Teneva, dietro la schiena, con una mano, le carte da sostituire, così come gli aveva insegnato Giacomo. Aspettava che Paolo facesse la sua mossa. Lo spennarono come un pollo. A fine partita Paolo era disperato, aveva perso tutta la paga. I due si allontanarono alla svelta prima che ci ripensasse, dividendosi il bottino e andando a festeggiare con grosse pacche sulle spalle, in attesa del prossimo pollo da spennare. Tempo dopo, Paolo, raccontò al pittore la sua brutta disavventura. L’artista volle immortalarla a futura memoria, dipingendo la scena come Paolo gliel’aveva descritta. Divenne uno dei più grandi capolavori dell’arte.

giovedì 6 marzo 2025

Lettera ad un amico

Mio carissimo amico, mi permetti di chiamarti mio? Non ti ho mai detto quanto fossi importante per me, per noi. Sempre silenzioso e discreto, stai fermo nel compiere il tuo lavoro. Ci doni tanto, noi non ti ringraziamo abbastanza, ma distruggiamo poco, a poco la tua casa. Caro albero di ulivo, dal tronco secolare, la tua corteccia è segnata dagli anni che hai attraversato. Da migliaia di piccole creature che ti hanno sfiorato e a cui hai offerto casa, cibo. Interminabili file di formiche laboriosamente passano sul tuo tronco, è la scorciatoia per il formicaio, la loro casa. I tuoi rami cercano la luce e il calore del sole, si protendono verso il cielo, vestiti di foglie perenni. Sei elegante come un sovrano. Le radici ben piantate nella terra, si fanno strada, allungandosi alla ricerca di quell’acqua che è il tuo nutrimento. Ai tuoi piedi, oh maestà, dormono beate volpi, ricci appallottolati e roditori satolli dei tuoi frutti. Sei stato venerato nella storia, hai dato luce e nutrimento, unguento che ha curato ogni malanno. Ora la terra l’abbiamo avvelenata, ti chiedo umilmente perdono per i miei simili. Distruggono tutto e finiremo per distruggere noi stessi. Lasceremo a te, ai tuoi simili e alla fauna che la abita, il tempo di riprendervi il pianeta. Ti ammiro e mi prostro alla tua regalità, oh ulivo centenario. Abbraccio il tuo tronco come un amico ritrovato e perso da lungo tempo. La tua corteccia graffia la mia pelle, aspiro il tuo profumo, mi riparo sotto la tua chioma grigio verde. Il sole ormai brucia e secca, l’acqua scarseggia, a volte avvelenata, non so quanto noi resteremo con te, tormentandoti. Ti prego non morire, non ho voglia di guardare il tuo scheletro distorto e disseccato dalle sofferenze. Piangi le tue lacrime d’oro verde, dal sapore pungente, le mescoleremo al nostro sudore salato. Sei cresciuto con il duro lavoro di chi dissodò la terra grassa per te, di chi ti trovò una casa confortevole in cui crescere e ti nutrì con tutto l’amore che il suo cuore aveva. Ti sei sdebitato abbastanza con noi. Ti auguro di poterlo fare in salute per tanto tempo ancora. Un giorno potrai guardare le nostre anime volare e nutrirti delle ceneri di tutta l’umanità. Un grandissimo abbraccio. Ti voglio bene. Dedicata ai nostri 13 ulivi, tre dei quali portano il nome dei nostri genitori.

venerdì 10 gennaio 2025

Bianco abbacinante

Faccio una breve premessa. Queste riflessioni le ho scritte nel mese di aprile del 2020, un mese dopo la dichiarazione di pandemia. Non le pubblicai a suo tempo, perché le ritenevo poco appropriate all'umore generale di allora. Rilette oggi, restano una mia testimonianza di un periodo che è stato epocale per tutti. Con il senno di poi, possiamo dire, che purtroppo il mondo non è migliorato affatto, semmai peggiorato. In un periodo difficile come questo, la scrittura dovrebbe essere d'aiuto, un'evasione dalla realtà buia in cui ci troviamo, da cui non si sa, se mai riusciremo a scorgere un barlume di luce. Guardo il foglio, bianco, e i pensieri non sono ordinati, ronzano come api operose, ma non si organizzano per uscire. Quel bianco acceca in un deserto di parole mozzate. Troppe parole udite e troppe lette, in un vortice che tocca tutta la rosa dei venti, da ogni direzione e finisce per asciugarne il significato, lasciando al loro passaggio soltanto un vuoto. Giornata grigia di pioggia d'aprile, lieve acquerugiola primaverile che non fa che acuire l'ineluttabilità delle nostre effimere esistenze. La natura ci rigetta e si cura da sola, siamo noi il virus da combattere e col virus incoronato ci annienta. Guardo il tricolore intriso d'acqua, non sventola più, ma penzola floscio dalle finestre, insieme agli arcobaleni e gli auguri di un futuro migliore, scoloriti dal tempo. Lontano il ricordo dei canti dai balconi, il guardarci negli occhi da un palazzo all'altro, per infonderci quel coraggio che nessuno aveva davvero. Abbiamo tirato fuori la spavalderia dei pavidi, un patriottismo di necessità, ma era la paura ancestrale della morte a farlo riesumare. Stiamo a casa, ce lo ripetono incessantemente, ci mettono davanti un hashtag, quel cancelletto informatico, ha uno scopo specifico, ma se ne abusa, così la frase: “Restate a casa” col cancelletto davanti, ormai è parte integrante del concetto. Lo si legge sui tabelloni del Raccordo Anulare, dove un tempo erano evidenziati i tempi di attesa per le code chilometriche e gli incidenti stradali. I cancelletti si moltiplicano: restiamo uniti, ce la faremo, andrà tutto bene. L'umore però scende e gli slogan non reggono più. Boccheggiamo, dentro le mascherine, sui balconi a bere sorsate d'aria, come se rientrando dentro le nostre dimore, dovessimo stare in apnea e battere il record d'immersione. Mi è capitato di uscire dalla città, per curare le piante nel terreno in campagna, me lo consentiva un'ordinanza fresca di proclama. La macchina strisciava su un nastro d'asfalto, tra curve e rettilinei, sola, sembrava la scena di un film apocalittico. La realtà ci ha colpiti come una pallottola in corsa. Un mattino tutto il meccanismo oliato, noi, burattini in un mondo prestabilito, ci rincorrevamo impazziti, poi, è apparso, lui, lo sterminatore. Non ci abbiamo voluto credere. Non doveva succedere a noi, ma soprattutto perché a noi? Lui, silenzioso, di soppiatto si è comportato da invasore, un invasore di corpi. Il meccanismo si è inceppato fino a fermarsi. Nella classica fantascienza anni cinquanta, i corpi venivano invasi dagli alieni, ne “L'invasione degli ultra corpi” di Jack Finney. Qui, si tratta di una specie autoctona che disturbata nel suo habitat, ha deciso di lasciarci parte di sé, o, se vogliamo vederla da un punto di vista letterario, di annientarci, per liberarsi di noi: una dichiarazione di guerra. Avevo pensato di traslare questa orrenda realtà in un racconto simile, con gli alieni invasori, gli eroi e tutto il cliché classico, ma poi niente, pagina bianca, di un bianco abbacinante come era solita dire la mia insegnante di storia dell'arte. Per descrivere il colore, aveva un aggettivo soltanto. Ci sono in mezzo, ci siamo tutti in mezzo, il mondo intero, senza nessun distinguo, la realtà è indigesta. Non si può plasmare il nostro pensiero, le nostre abitudini su un nemico invisibile, agguerrito e mutevole. La vita non sarà più quella di una volta, senza cancelletto davanti, ma altra frase ripetuta ad libitum, scelta tra un campionario limitato di slogan. Come sarà allora? Ci occorre una certezza a cui aggrapparsi, siamo in balia di onde alte e pericolose. Le risposte viaggiano nel vento, da tutte le direzioni, diventano non risposte, perché alla fin, fine, nessuno ha il coraggio di dire che non lo si sa. Il mondo nuovo, il cambiamento che può essere positivo, che dal letame può nascere un fiore, per me sono tutti hashtag senza significato. Da che mondo è mondo, e l'umanità ne ha davvero attraversati tanti di eventi nefasti, non si è mai visto l'uomo cambiare positivamente dopo eventi di tali portata. Ad epidemie è seguita carestia, dopo, guerre. Fuori continua a piovere e il mio umore si è liquefatto in una pozzanghera limacciosa. Butto tutti gli hashtag nel cestino. Andrà come deve andare. Le mie priorità si sono ridimensionate, ora sogno di rimanere in salute e di poter uscire. Di una cosa sono sicura, quando tutto questo sarà alle spalle, per un po', solo per un po', tutto quello che è sempre stato dato per scontato, come la libertà, avrà un sapore tutto nuovo.

domenica 5 gennaio 2025

Un mondo magico

Un paio di ali doppie e trasparenti erano tutto ciò che si poteva notare. Si libravano nell'aria, in alto, lassù dove nessuno avrebbe pensato di guardare. Non facevano nessun rumore, non un ronzio. Se qualcuno avesse alzato lo sguardo, avrebbe visto soltanto le ali e un corpicino minuto attaccato, ma nessuno guardò. Se lo avesse fatto, avrebbe pensato ad una libellula che si era persa nel bosco. Le ali si posarono chiudendosi, nascoste sotto un minuscolo abito azzurro come il colore del cielo. Un corpo snello e minuto posò i suoi piedini sul terreno e si nascose sotto il cappello di un grande porcino. Passò del tempo e altre ali apparvero. Pian, piano le fate si posarono a terra. Ognuna aveva un abito impalpabile di un colore diverso, tutti i colori della natura. Il verde brillante dei prati, il rosso dei papaveri in fiore, il bianco delle nuvole e c'era persino il blu della notte stellata. Cliona, la fata dall'abito azzurro, stringeva al petto un sacchetto. Esso conteneva una cosa molto preziosa: la polvere di fata. - Sorelle – disse, la sua voce sarebbe stata percepita dall'orecchio umano, come un timido stormire di foglie al soffio di una brezza leggera. Vi ho fatte venire perché sta succedendo qualcosa di sconosciuto, si verificano fatti inspiegabili e gli eventi sono negativi. - Troppo ottimista, io direi catastrofici! - Esclamò Aileen. - Dunque è successo anche nel vostro villaggio – Sussurrò timidamente Anya guardandosi intorno con timore. - Se ne parla in ogni piccolo angolo del nostro mondo e non solo del nostro – Disse Aileen. - Avete sentito gli Elfi? - Ho sentito, sorella Cliona. - Giungono voci anche dalle terre di Arrenal, la patria dei Troll. - Se è per questo io ho sentito dire, dalla cugina della Fata Suprema, che anche lassù sul monte Manos gli orchi sono stati colpiti. - Per la Madre di tutte le Fate! Gli Orchi, i più temuti del grande Regno! - Esclamò Anya. - Quando è cominciata? - Chiese Aileen. - Due giri della luna gialla, a quattro passi dallo scoglio del Drago. - Persino alla tana Drago? - A quattro passi, sì – Rispose Cliona. - Avete le vostre bacchette? - Chiese Aileen. - Sorella soltanto una, sono sparite tutte. - Ora anche le bacchette! Cosa faremo senza? - Anya, c'è la polvere di Fata. - Non molta a dire il vero, è rimasta soltanto questa – Cliona mostrò il sacchetto. - Non potreste chiederne altra alla Fata Suprema? - Sua Eccellenza non si riesce più a trovare. - Dobbiamo trovarla. Forse qualcuno l'ha rapita? - Non si sa nulla, Aileen. - Avete provato ad interrogare il fumo fatato? - Non dice più nulla. Non vuole rispondere. - Dobbiamo cercare aiuto negli Elfi – Concluse Anya. - Hai ragione, non c'è alternativa. Il piccolo stormo di fate si rimise in volo verso l'isola di Gherinal, dove viveva una florida comunità di Elfi, sui quali regnava Legaldor da molte centinaia d'anni. Fino ai famosi due giri di luna gialla, il regno degli Elfi aveva vissuto nella ricchezza, data dall'estrazione della pietra di rowin, molto rara e che si trovava soltanto nel loro sottosuolo. Ora, però, tutto era cambiato. Re Legaldor era gravemente malato, giaceva chiuso nelle sue stanze. - Sua maestà non può incontravi – Rispose stizzito il gran ciambellano alle fate. - Non può... - Cominciò Aileen - Farsi... - Continuò Anya. - Negare – Concluse Cliona. Ognuna pronunciava la parola di una frase e tutte insieme facevano una gran confusione. - Vi prego signore Fate – Piagnucolava il gran Ciambellano. - Cosa è successo? - Non posso dirlo ma è cosa inaudita! - Concluse il gran Ciambellano allontanandosi. - Dobbiamo chiedere in giro, quello non parlerà di certo – Disse Cliona. - Hai ragione sorella. Le tre fate, svolazzando di qua e di là come api operose, alla fine vennero a sapere qualcosa. - Voi ci credete a quello che si dice in giro? - Io ci credo! - Esclamò Anya. - Non lo metto in dubbio, tu credi sempre a tutto – Disse Cliona con fare materno. - Stavolta però ci credo anch'io – replicò Aileen – Con tutto quello che sta succedendo nel mondo delle fate, perché non crederci. - Dunque tu credi che a Re Legaldor sia davvero scomparso un braccio e che prima di scomparire sia diventato improvvisamente trasparente? - Certamente! Non è scomparsa anche la Fata Suprema? - Sì ma non in porzioni! - Esclamò Cliona. - E se fosse successa la stessa cosa? - Oh Grande Madre! Non ci avevo pensato – Disse Anya sgranando gli occhi. - Gli Elfi non possono aiutarci dobbiamo armarci di un grande coraggio e chiedere altrove. - A chi stai pensando Cliona? No, a loro no! - Gridò Anya - Non ci vengo neanche io, lì! - Esclamò Aileen. - Se vogliamo salvare il mondo intero dobbiamo – Disse Cliona - Dalle Streghe? - Rimarcò Aileen. - Senza bacchette per proteggerci dai loro incantesimi malefici e con poca polvere di Fata, dove credete di andare? - Strillò Anya. - Se quello che sta succedendo è così grave, sarà capitato anche a loro qualcosa di nefasto e capiranno – Concluse Cliona per convincerle. - Certamente! Ma potrebbero anche scagliarcisi addosso per salvare la loro pelle. Sono fatte così lo sapete anche voi – Disse Aileen - Dobbiamo rischiare. Solo i loro poteri forse ci salveranno – Mentre parlava così Cliona, ad Anya cominciò a diventare trasparente la mano sinistra. - Per la Grande Madre di tutte le Fate! Anche noi siamo in gravissimo pericolo. - Aiuto! - Gridò spaventata Anya. Le fate senza indugiare oltre si alzarono in volo, sorreggendo la sorella Anya che pian piano andava divenendo sempre più eterea e sofferente. - Presto, fate presto! - Gridava Cliona. La Terra delle Streghe era racchiusa in una buia foresta, dove la luce del Grande Astro non penetrava. Fumi neri e puzzolenti uscivano dal terreno, lì dove esistevano le loro abitazioni. Quattro sentinelle, a cavallo di scope, volavano in perlustrazione perenne, appena scorsero le tre fate scatenarono una tempesta di fulmini. - Non cerchiamo scontro! Cerchiamo aiuto - Gridò Cliona. Per tutta risposta ebbe una grassa risata sarcastica. - Siamo nemiche da sempre. Voi, minuscole benevole fatine zuccherose, cosa volete da noi? Le fate, stremate, chiesero udienza alla Grande Strega suprema Dahut. Tra i singulti di Aileen e le frasi concitate di Cliona, raccontarono tutto quello che sapevano, mentre, la sofferente Anya scompariva sempre di più. La Suprema Dahut stette ad ascoltare in silenzio, nascosta da un lungo mantello nero che non faceva intuire le sue deformità. - Consulteremo la sfera ruotante! - Carman, Irce portate la Sfera nel salone degli incantesimi – Ordinò la Strega Suprema. - Sia chiara una cosa – Puntualizzò prima del rito, puntando un dito ossuto contro le fate. - È soltanto una tregua. Dette poi iniziò all'incantesimo del Futuro Nebuloso. Quello che vide lasciò di stucco anche lei, avvezza a ogni tipo di nefandezze e crimini. - Stiamo morendo – Disse alzando le braccia ossute al cielo. - Dobbiamo combattere, dobbiamo resistere – La pregò Cliona. - Troppo tardi – Disse Dahut. - Ma chi è il nemico? Cosa ci sta annientando? - L'Illuminismo! - Rispose la Grande Strega. E aveva ragione, perché di lì a qualche tempo dopo, quel mondo pezzo a pezzo scomparve, per lasciare il posto alla Grande Scienza e da allora gli uomini, quando vedono volare una Fata dicono che è una libellula che ha perso la strada.

lunedì 30 dicembre 2024

Il topo condominiale

Una giornata sonnacchiosa quel venerdì, vigilia dell’Epifania, accompagnata dalla malinconia della fine delle feste e quindi del ritorno in città. Si sarebbero dovuti smontare gli addobbi, ma ci avremmo pensato l’indomani, quando la Befana, fatto il suo ingresso trionfale, sulla scia della sua scopa, si sarebbe portata via tutte le feste, accompagnando i Re magi nei presepi. Sulla messaggistica del cellulare si accavallavano i messaggi di amiche “Befane”, con scambio di auguri reciproci. Nel rispondere a questo o quel messaggio, con le classiche raccomandazioni di far revisionare la scopa, prima della partenza notturna, si evidenziò la chat di condominio. La chat fu aperta per eventuali problemi da risolvere, il come, però, è stato sempre a discrezione dello scrivente. C’è quello criptico, che scrive due parole, “attenzione energumeni per le scale”, frase che scatena, ovviamente, domande e panico. Si guarda dallo spioncino e si trattiene il respiro al suono del campanello. - Da me è passato, ma non ho aperto - Tre o quattro pignoli che vogliono puntualizzare lo stesso concetto. Quel 5 di gennaio la suoneria della messaggistica iniziò a trillare impazzita. Che sarà successo mai? Sarò scoppiato un tubo del gas? Manca l’acqua o manca la corrente e non torna? Anche questo è uno degli argomenti della chat. - A voi manca la corrente? - Tante le risposte di assenso, tutti quei “sì” sull’attenti, uno sotto l’altro che sottolineano la mancanza dell’energia elettrica nel condominio. Appena torna, stessa procedura, ma al contrario. Stavolta il problema, però, era nuovissimo, mai successo da quando c’è la chat. Parte la suoneria e la domandona: - Qualcuno ha mai avuto il sospetto che dentro casa vi fosse entrato un topo? Le risposte si accavallavano, chi non ne aveva mai visti, chi ne aveva acchiappati ben 3, con la colla, al primo piano. I topi scatenano fobie ancestrali. Era divampata la paura. Le frasi si accavallavano, ma era come udire le urla di panico: - Chiamate l’amministratore, la disinfestazione, i pompieri! - Dagli al topo!- Ci e mancato poco che la gente corresse per le scale coi forconi e i fucili. Intanto il topo, ignaro di tutta l’attenzione, continuava le sue scorribande nell’appartamento, dove era stata avvistato. Aveva smangiucchiato qua e là, aveva fatto i suoi bisogni, dopo i lauti pasti. Le tracce insomma erano inequivocabili. - Nel piano, sotto le cantine, ce ne sono - hanno sottolineato - sarà salito da lì. La domanda che la maggioranza si è posta è stata: - Da dove sarà entrato nell’appartamento? Dalle finestre o dalla porta? - hanno chiesto. È stato risposto che era tutto chiuso e serrato, le inquiline erano assenti da qualche giorno. La domanda a questo punto restava senza una risposta certa. - C’è da bonificare l’ambiente, che cosa posso usare, in attesa della donna delle pulizie? - Chiedeva una delle inquiline. - Con la candeggina, è ovvio! - Le hanno risposto. L’inquilina incalzava con le domande, ormai completamente nel panico. - La ditta non verrà prima del 10, che fare se il topo fosse ancora intrappolato? Una sfilza di risposte scorrevano velocemente sullo schermo del cellulare. - Colla! Trappola! - Io non sono intervenuta, ma me la ridevo silenziosa. Quando sono incappata nello stesso problema nella casa in campagna, ho riso molto meno. - La colla non prende i topi di una certa dimensione – Rispondeva qualcuno. Da cosa avevano dedotto il peso del topo, non fu dato sapere. Due giorno dopo, ripartiva la chat a raffica. Le affittuarie, fatto un consulto, da amici di amici, erano sicurissime che si fosse trattato di un topo arrampicatore, salito dalla tazza del gabinetto. Il motivo, forse, risiedeva negli scarichi, parzialmente occlusi. Il consulente, amico di amici, aveva tratto le sue conclusioni. Dalle inquiline, poi, sono stati pubblicati messaggi pieni di particolari, li definirei “scatena panico”. - Vanno bonificati i locali e stappate le tubature, tutte! Nei giorni a seguire continuarono i bollettini di bonifica dell’appartamento e la caccia al topo non aveva ancora dato esito positivo. Probabile che la bestiaccia se la sia risa alla grande, dietro tutti quei messaggi che l’avevano resa famosa. Qualche tempo prima che arrivasse la disinfestazione, alle inquiline venne in mente di smontare il letto con contenitore. La bestia era lì, rimasta intrappolata, nella stanza chiusa apposta. Una delle due, temeraria, lo ammetto, con il cestino del bidone della spazzatura lo catturava facendosi riprendere trionfante col bottino. Il video, veniva pubblicato, poi, in chat. Noi, tutti, ammiravamo la temeraria con la sua preda. Il topo, affannato, si arrampicava su e giù nel bidone chiuso, per scappare. Era un topo di una certa stazza, quasi un topo regale, mica un misero topino d’appartamento. - Ce ne siamo liberate! - hanno scritto le inquiline nella chat. Lì sono andata in panico anche io, niente mazzata in testa? Ho pensato. - Dove? Per le scale? - chiedevo, immaginandomi già la bestiaccia che correva su e giù per i gradini. Se fosse entrata in casa, in un momento di distrazione, con la porta aperta, mi avrebbe fatto scappare i due gatti dalla paura. Sono gatti da croccantini non certo da toponi. - No, nel giardino sotto casa – rispondevano. Speriamo non abbia imparato la strada per tornare a casa, pensai in quel momento. Partirono gli applausi virtuali sulla chat. - Brava! Che coraggio! La prossima volta chiamiamo te per la derattizzazione. Un momento di gloria per la ragazza, un sospiro di sollievo dal condominio. L’ultima raccomandazione che ci è stata impartita fu di chiudere il coperchio della tazza del gabinetto. Ora ogni volta che uso il bagno ho un po’ d’inquietudine, non sia mai che incappi in un topo da quinto piano? Fu così che per un po’ la chat tacque.

giovedì 26 dicembre 2024

Passeggiata nel passato

Fa freddo in questi giorni e stamattina l’aria era frizzante. Il sole con molta parsimonia ha lievemente intiepidito le temperature. Da quanto è morta mamma, a Garbatella vado sempre più raramente. Oggi ho deciso di passeggiare vagabondando senza una meta precisa, nel cuore del quartiere dove sono nata. La via che solitamente percorro da S. Paolo, oggi era chiusa alle macchine, stavano potando i platani giganteschi che sono lì dagli anni cinquanta del secolo scorso, quando, le varie fattorie che esistevano su quei terreni, furono espropriate e fu costruita la strada. La potatura non veniva effettuata da vari anni, perché i rami accatastati ai bordi dei marciapiedi erano tanti. Anche il marciapiede andrebbe rifatto è pieno di buche in cui si rischia d’inciampare, ma questa è la situazione di gran parte della città. Mi dirigo con calma, assaporando l’odore del legno tagliato, verso piazza delle Sette chiese. Mi assale il primo ricordo, di qualche anno fa, passando davanti alla sanitaria, ho pensato a quel pomeriggio quando mia madre, col ginocchio dolorante, comprò lì un tutore, quello che poi, tra imprecazioni e lamentele avrebbe indossato ogni volta che usciva. Quel giorno ancora non usava il bastone, sarebbe arrivato a breve, seguito da una canadese, per finire con il rollator, il carrellino a cui lei si aggrappava per sostenersi. Scaccio i ricordi che fanno ancora male e decido di attraversare la piazza e dirigermi verso il cuore del quartiere. Passo davanti al vecchio mercato di via Passino, altri ricordi si affastellano nel mio cervello. Un salto ampio, indietro nel tempo, rivedo mia madre sulla rampa laterale che arranca, scendendo con un carrello pieno di spesa e altre borse per le mani. Noi figli dietro, a seguire, bambini annoiati dalle compere, frignanti perché sotto al mercato, sulla strada, ci sono le bancarelle coi giocattoli. Mamma che si spazientisce, strattona il carrello e ci ordina di seguirla, sottolinea che i soldi per i giocattoli non ci sono e ne abbiamo già tanti. Come pescando nei ricordi, mi sovvengo di quando, in piena estate, quel carrello lo riempiva di pomodori San Marzano, presi da uno dei produttori che vendevano al mercato, una cassetta alla volta. A casa tutti ad aiutare nella piccola cucina che si riempiva di schizzi e d’odore di pomodoro in bollore. Li faceva da sola, come le marmellate, preparate coi frutti dei produttori. Pere, pesche, e le visciole, ora introvabili, che dovevamo snocciolare, una per una. Bottiglie di passata e barattoli di marmellata venivano riposti nello sgabuzzino, tutti allineati. Avrò ereditato da lei la passione di preparare marmellate fatte in casa. Continuo nella passeggiata, attraverso via Passino e mi addentro nelle strade strette e antiche, nel cuore del quartiere. Le palazzine, basse di due o al massimo tre piani, fanno vivere ancora l’atmosfera di un paese, è una delle caratteristiche che ancora affascina le persone che vanno a visitare il quartiere, come fosse un monumento storico. Qualche passante cammina al bordo della strada, non ci sono marciapiedi, le macchine accostate ai muri di recinzione dei lotti. Mi soffermo a guardare una vecchia palazzina, totalmente restaurata, un villino di un fascino quasi britannico, col prato all’inglese rasato a puntino. Arrivo su piazza Masdea e ricominciano i ricordi. Mia madre mi raccontava che quando era bambina, lì, c’erano le bancarelle del mercato, prima che costruissero quello di via Passino. Della frutta e della verdura che vi vendevano, varietà di mele, ad esempio, che io non ho mai assaggiato e che ora non si trovano più. Mia nonna che lasciava la frutta in un’insalatiera di ceramica bianca, sotto l’acqua corrente, l’acqua perenne, come la chiamavano, per rinfrescarle. C’erano due rubinetti in cucina, uno era per l’acqua “perenne” l’acqua corrente, un filo d’acqua sottile senza pressione, l’altro per l’acqua che usciva dai cassoni, dove si accumulava ma non era pulita e fresca come l’altra, l’acqua calda non esisteva, si faceva bollire nei pentoloni. Rivedo mia madre bambina, nelle foto, immagino di vederla mordere una delle mele limoncelle che lei tanto amava. La memoria tira fuori un altro ricordo. Io bambina di seconda elementare che mi avvio tutta orgogliosa a casa da sola, sbucando, dopo aver attraversato un paio di lotti, proprio in piazza Masdea. Mia madre, poveretta, aveva ritardato qualche minuto per venirmi a prendere a scuola. Ero impaziente, il tempo trascorso ad aspettarla, era sembrato ore. Una compagna di scuola, mi insegnò la strada da fare per tornare da sola, attraverso tutti i lotti che incontravo fino a casa. Furono poche le strade da attraversare e a quel tempo, non c’era tutto il traffico di oggi. Mio nonno paterno che abitava con noi, mi aprì la porta e subito si rese conto della marachella che avevo fatto. Immaginò il terrore di mia madre e mi portò sul balcone che affacciava sulla strada, per aspettarla lì, in modo che mi potesse vedere subito. La vidi che correva, scendeva per la discesa di via Vettor Fausto, gesticolando come una pazza. Alzò gli occhi e vedendomi mi fece il gesto delle sculacciate che avrei preso, e che presi. Al momento non capii il motivo di tanto affanno, mi aspettavo dei complimenti per l’ardua impresa e per il coraggio dimostrato, ero molto orgogliosa di me stessa. Continuo a camminare, lentamente, assaporando l’atmosfera quasi di primavera. Si ode soltanto il canto dei passerotti sugli alberi, annuso il profumo di erba tagliata. Una signora anziana esce da un cancello, mi guarda diffidente, come si guardano gli stranieri nei piccoli paesi, la saluto. Guardo le madonnine che costellano i muri di alcuni lotti, alcune talmente sbiadite che ne è rimasta solo l’impronta. Mi sovvengo di quella volta che mia madre si mise in testa di rifare la madonnina nella nicchia a lato della biblioteca pubblica, i vecchi bagni pubblici. Fece una raccolta, s’incaponì per un mosaico, il parroco però la dissuase dal farla montare in strada, in balia di eventi atmosferici e vandali. Ora si trova nella parrocchia, illuminata da un faretto, resta lì in sua memoria. Nella nicchia, dove voleva mettere a tutti i costi l’immagine di una Madonna, fece rifare, su mattonelle bianche, la sagoma della madonna delle Tre Fontane. Mia madre ogni volta che passava lì davanti, ci metteva dei fiori freschi. Aveva fatto amicizia con il fioraio a fianco, un egiziano, che le cambiava l’acqua ai fiori che aveva acquistati da lui. Qualche anno fa, andò a fuoco proprio il chiosco del fioraio e le mattonelle, con il disegno della Madonnina, furono distrutte dal calore. Mia madre si dannava, la rifarò, diceva, poi non se ne fece nulla. Durante la passeggiata mi ritrovo a largo Randaccio, la piccola piazza che sembra un presepe, le case affacciate, i cancelli, le finestre addobbate dai fiori, per me uno dei luoghi incantati del quartiere. Scendo per la discesa di Via Vettor Fausto, la stessa che quella mattina di sessant’anni fa, scendeva mia madre terrorizzata di non avermi trovata all’uscita di scuola. Mi ritrovo davanti al portone della casa dove ho vissuto per vent’anni, dove sono cresciuta e diventata adulta. Apro con trepidazione il portone e poi la porta dell’appartamento, ormai vuoto. Anche se la sua presenza aleggia in ogni angolo, in ogni cassetto, la sua assenza toglie il respiro. Recupero qualcosa da salvare, prima della vendita e torno a casa. In me si agitano sentimenti contrastanti, dolore, tristezza, ricordi e un senso di libertà per i bei luoghi che mi hanno fatto rivivere il passato, ritrovando mia madre, ancora giovane e bella.

giovedì 15 agosto 2024

Un topo sfortunato

Un mattino, come tutti gli altri, aperte le persiane per arieggiare la casa, con calma mi avvio in cucina. Preparo la moka e m’immergo nell’aroma inconfondibile del caffè che borbotta ed esce schiumoso. Annuso l’aria come se il profumo della bevanda avesse il potere di svegliarmi. Annuso aspirando con piacere, ma alle mie cellule olfattive arriva uno sgradevole odore. Come un segugio comincio ad annusarne la provenienza. Mi accorgo spiacevolmente che è nel sotto lavello che c’è la massima concentrazione, è lì che c’è il bidone della spazzatura. Deve essere marcito qualcosa, la puzza è davvero insopportabile, ora il caffè neanche si sente più. Il cattivo odore ha invaso tutto il locale. Toccherà togliere il sacchetto pieno e metterlo nel contenitore dell’umido, in attesa del ritiro. Apro lo sportello e resto interdetta. C’è un animale grigio scuro, dal codino lungo e affusolato che beatamente sta sopra il contenitore dell’umido. Un attimo e penso, come sarà finita la mia gattina grigia lì sotto? La bestiola si gira, ci guardiamo negli occhi e parte in automatico l’allarme. C’è un topo! Grido al consorte. Lui accorre e lo vede, è un’arbicola deve essere entrata dalla zanzariera rotta, ieri sera. Nel mentre che verifichiamo la razza e la stazza, il topo, fa un salto dietro il lavandino e sparisce. Comincia la caccia, lo dobbiamo far uscire. L’intenzione non è ucciderlo, ma restituirlo alla natura. Chiediamo aiuto ai cacciatori di topi per eccellenza, i mie due gatti. Mimmeri, gattone di 8 kg, rosso di pelo e indolente di carattere, avanza lemme, lemme al mio richiamo: - Mimme, vieni, corri stanalo! Dove si è nascosto solo tu lo puoi sapere. Il rosso si avvicina circospetto, mi guarda, quasi chiedendomi ma perché mi hai scomodato, che vuoi? Dove sono i croccantini? Lo segue circospetta e paurosa Stellina, una gattina tigrata minuscola, è esattamente la metà di Mimmeri. Lei fa il giro della cucina, lo deve aver individuato, perché improvvisamente scappa a zampe levate verso la porta. La richiamo con fare suadente, lei allunga un po’ il collo ma poi fa due passi indietro e resta rigorosamente fuori dalla porta. Mimmeri neanche mi guarda più, offeso perché l’ho chiamato senza ricompensa. Poco dopo li sorprendo a sgranocchiare le crocchette. - Siete due mangia crocchette a tradimento! Loro mi guardano e se potessero parlare direbbero, ma cosa vuoi da noi? Non ci sono più i gatti di una volta. Rassegnati al fatto che l’incombenza di stanare la bestia toccherà solo a noi, decidiamo di chiudere la porta e aprire la portafinestra sulla veranda. Da lì è entrata e da lì, speriamo, esca. Facciamo il più rumore possibile, niente, da sotto il mobile della cucina, non esce neanche un granello di polvere. Mi metto di guardia sulla finestra armata di scopa. Se esce l’accompagno “gentilmente” verso la libertà, non ti uccido, penso, ma un po’ male ti farò. Il sotto lavello è un campo di battaglia di escrementi di topo e immondizia sparsa. Io lì le mani non ce le metto, penso, ma poi devo farmi forza. Prima però tocca stanare il benedetto topo, altrimenti saremo punto e a capo. Il marito, dopo attenta ispezione, sentenzia che sotto il lavello non c’è. Forse si sarà rifugiato dietro il frigorifero. La cucina è stretta e spostare il frigorifero implica un gioco delicato di incastri. Lui sposta e io sono di guardia. La bestia non si vede, dietro il frigo non c’è niente. Visto che ha spostato l’elettrodomestico, mi armo di scopa e mocio e pulisco il pavimento sotto. Ci accorgiamo con sommo disappunto che dietro il frigo, dove c’è il motore, è aperto. Oddio, se fosse lì sotto e seguisse l’elettrodomestico passo, passo? Una volta la mia gatta l’ha fatto, per non farsi prendere, sempre bestie sono. Prendiamo un lungo attrezzo sottile che possa entrare nell’intercapedine, se non esce così, allora non è lì. Non esce. Rimettiamo il frigorifero al suo posto. Non ci resta che smontare il forno. Grondiamo sudore, fuori ci sono 40 gradi, il nervoso comincia a tagliarsi col coltello. - L’hai visto? - chiede il marito ormai rassegnato allo smontaggio del forno - Nulla di nuovo dal fronte! Lui esce ed entra, armeggiando tra la cantina, dove ci sono tutti i cacciaviti e la cucina. Io apro e richiudo la porta armata di scopa. Non sia mai che la bestia scappi per la casa, sarebbe una tragedia. Tutti i cacciaviti che il marito prende, non vanno bene e la battaglia si allunga nel tempo. Apri la porta, chiudi la porta. Finalmente dopo averlo smontato deve toglierlo dal mobile. È molto pesante, io non posso aiutarlo per via della mia schiena scassata, lui fa uno sforzo e si stira un muscolo. Zuppo di sudore, inviperito e ora anche stiracchiato, mi guarda con sguardo desolato. - Sarà lì per forza – dice sconsolato. Non è neppure lì, ma sotto c’è di tutto, non è che spesso ci si mette a smontare il forno. Scopa e mocio e si continua. - Tutti i cassetti fuori! - Grido io, neanche fossi maga Magò. Dopo una mattinata di smonta, pulisci, rimetti tutto a posto, la cucina profuma, ma del topo nessuna traccia. Probabilmente è uscito alla chetichella, rasentando il muro opposto mentre io facevo la guardia. Abbiamo perso due litri di sudore, sfiniti, crolliamo. Se un topo è entrato, ragioniamo a freddo, ce ne saranno vari. A malincuore mettiamo le esche. Dopo qualche giorno, la povera bestia la troviamo stecchita sotto casa. Pietosamente il marito la seppellisce scavando una buca, vicino alla tomba della cornacchia, Silvietta, morta di morte naturale. Questo terreno sta diventando un cimitero di bestiole sfortunate. Mi sento in colpa e penso: - Sei stato proprio sfortunato, se non fossi entrato in casa, neanche avremmo saputo della tua esistenza e tu staresti ancora razzolando nella spazzatura di qualcuno.